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The MARS PATHFINDER
...whatever happens on mars.. WE KNOW IT!
Fanfiction - Claustrofobia 
26th-Sep-2008 09:18 pm
30poststomarsjournal
(
 (ITALIAN ONLY)
Titolo: Claustrofobia
Personaggi: Jared Leto, Tim Kellehr (Tomo Milicevič, Shannon Leto, Matt Wachter implicito)
Pairing: Tim Kellehr/Jared Leto
Rating: NC17 (per precauzione)
Beta: heles_allgood 
Trama: Quanti modi conosci per tranquillizzare un claustrofobico?
Note: Non conosco personalmente i personaggi coinvolti e non voglio insinuare niente sulle loro preferenze sessuali. Tutto quello che segue è solo fiction. Il tono ironico su Jared Leto e Tim Kellehr è voluto.
Dedica: A blodygirl . Perché così la smetterai di immaginarti le cosine sconce per conto tuo!!

Chiuso.
Come un cagnolino scomodo, chiuso nella saletta ad aspettare il padrone. Però scodinzola.
Alla fin fine, il padrone non porta poi niente di cattivo. Non dà calci, non picchia col giornale. Magari non accarezza caldamente sulla testa né tira la palla per giocare, ma non è tanto malvagio. Il padrone. Gli amici del padrone sono già un po’ più simpatici, ogni tanto non disdegnano di tirare la palla. E, soprattutto, fanno una cosa che il padrone non fa mai: parlare. Ma parlare normale, senza sbraitare, senza lasciare lunghe pause per sottolineare la vibrazione dolce della voce, senza gesticolare come un Amleto che ha perso il teschio. Parlano animatamente, ogni tanto si prendono in giro, si spintonano un po’, magari si arrabbiano, ma sanno fare pace con una pacca piuttosto sonora. Si prendono sul serio quanto basta.
    Il padrone no. Il padrone è serissimo, forse troppo, talmente tanto che pare finto. Ma lui è così: filosofia in tutto. Certo, filosofia letta per caso in un libro allegato al settimanale di turno, ma sempre filosofia. Metterla ovunque e comunque, incastrarla, nasconderla, condirci ogni discorso. E poi serietà, professionalità, massimi pensieri racchiusi in un qualcosa che alle orecchie degli altri pare solo uno sbuffo stizzito. Ma al cane no. Il cagnolino adora il padrone, perché è così che deve essere. Fedele. Se ha scelto lui tra tanti nello scatolone, un motivo ci sarà stato. Per questo, il cagnolino aspetta.
L’orologio sul muro ticchetta, sembra cercare di spronare il cagnolino a spingere la porta ed uscire. “Ma non ti rendi conto, piccolo randagio, che fuori c’è il corridoio? E poi gli uffici, le salette… le scale! Qualche gradino e sei fuori, niente più padroni, niente più attese, niente più orologi che sputano consigli ticchettando…” Ma il cagnolino non vuole andarsene. Perché? Tra qualche minuto tornerà il padrone, lui ed il suo profumo, lui ed il suo sguardo che va interpretato, lui e la sua stizza tutta da ridere, lui e la sua camminata, i suoi passi. Lui e le sue mani che vuole tener ferme quando parla, ma che non vedono l’ora di guizzare via. E… chissà, magari un giorno nel loro guizzo, carezzeranno dolcemente la testa al cagnolino.

    Tim lanciò un’occhiata all’orologio appeso al muro. Erano due ore che aspettava, mani in mano, il ritorno dei suoi compagni di band. O meglio, del frontman e dei suoi compagni di band. Erano in una sala adiacente a sostenere l’ennesima intervista. Il che vale a dire che Shannon e Tomo si sarebbero presi in giro per tutta la durata, tirandosi pizzicotti e canticchiando alle spalle di Jared, unico che aveva il diritto sacrosanto di parlare ed esprimere il Leto Pensiero. Non avevano mai sostenuto, però, un’intervista così lunga. Dovevano scrivere un articolo o un giornale intero? Ciò poteva significare solo due cose: o l’intervistatrice aveva iniziato ad adulare a ripetizione il frontman, decantando i suoi capelli bicolore, i suoi occhi di ghiaccio e la splendida maglia viola che sottolineava la sua magrezza fantasma… o il contrario. E ciò significava guerra.
    Per un attimo, Tim immaginò Jared vestito da militare che entrava nella stanza cantando uno stornello da marcetta. Quei flash quasi presi da un episodio di “Scrubs” gli apparivano spesso davanti, negli ultimi tempi. Forse perché il suo migliore amico gli aveva doppiato tutti gli episodi e lui se li guardava di nascosto in cuccetta, stanco dei film di Jared che venivano mandati a ripetizione sullo schermo al plasma del tourbus.
    E, un po’, Tim si sentiva una specie di JD in un ospedale di pazzi, con Jared-Dottor Cox che lo chiamava con nomi da ragazza e lo scherniva ad ogni occasione. Tomo era l’inserviente, che appariva all’improvviso con le sue torte multiuso e multigusto, mentre Shannon era il Todd, sempre molto orgoglioso delle sue numerose conquiste dopo i concerti. Forse avrebbe dovuto cambiare serie televisiva. Prima o poi avrebbe mandato al suo amico un sms chiedendogli qualcos’altro. Magari Grey’s Anatomy.
    Il bassista rimase ancora un po’ seduto sul divano. Altro da fare non c’era. Neanche una rivista sul tavolino e nemmeno uno di quei simpatici dispenser d’acqua coi bicchierini di carta. Almeno avrebbe potuto bere come un cammello per avere la scusa perfetta per uscire ed andare in bagno. Due ore ed un quarto di intervista. Si sarebbe lasciato andare ad un altro flash mentale? Improvvisamente immaginò Jared e l’intervistatrice seduti sul divano, entrambi in accappatoio e con la retina per capelli in testa, a darsi lo smalto rosa a vicenda guardando “Il diario di Bridget Jones”. Tim scosse il capo. Altro flash: Jared dietro la trincea costituita da un tavolo rovesciato, a lanciare copie del cd come fossero state stellette ninja all’intervistatrice che si faceva scudo con una sedia. Sì, così doveva andare davvero.

«Con quale faccia tosta!» sbraitò Jared aprendo la porta violentemente. Tim sobbalzò, parandosi le braccia davanti al viso per schermare il possibile arrivo di un cd ninja. Il frontman non lo degnò di uno sguardo, si limitò ad impuntarsi nel bel mezzo della stanzetta, le braccia rigide lungo i fianchi. «Quell’insulsa giornalistucola dei miei stivali può venire a pulirmi il microfono!» continuò ad urlare. Shannon, dietro di lui, sussurrò qualcosa all’orecchio di Tomo. Il croato strabuzzò gli occhi e mollò al batterista un sonoro colpo alla nuca. Shannon rise di gusto, massaggiandosi e continuando ad esibirsi in uno strano balletto sul posto. Jared, dal canto proprio, ancora continuava a scuotere il capo e passarsi le mani tra i capelli, gli occhi stretti a due fessure, le labbra contratte come un gatto che medita vendetta.
«Chiamerò Emma. Boicotteremo l’intervista. Farò rischiare il posto a quella piccola…» iniziò a cigolare tirando fuori il blackberry dalla tasca. Shannon tirò un lungo sospiro.
«Andiamo, ‘bro… ha solo detto che i tuoi capelli le ricordano Shakira…» il frontman si girò fulminandolo con un’occhiataccia da apocalisse. Mosse impercettibilmente i pugni e grattò per terra col piede. Un piccolo toro pronto ad un piccolo assalto. Tomo intervenne a fare, come solito, da paciere. Agitò le mani per aria e, col suo tipico sorriso, spinse leggermente via Shannon.
«Jared, davvero… a me non è parsa un’intervista tanto negativa… o almeno… questo prima che tu prendessi quasi a graffi la giornalista». A quelle parole, Tim ebbe ancora il flash dei cd tirati come stellette ninja. Jared, invece, incrociò le braccia sul petto e guardò in alto. Batteva la punta del piede per terra a ripetizione, come aspettandosi un “hai fatto bene” o qualche attenuante al suo comportamento. Ma il chitarrista si lasciò scappare solo un sospiro e scosse il capo.
    Tim cercò di inserirsi nella tragicomica scenetta. Mestamente guardò Jared e, a bassa voce, chiese: «È andato.. tutto bene?» Mai frase fu più sbagliata. Come una furia, il frontman lo prese per il colletto della maglia, sollevandolo dal divanetto e guardandolo dritto negli occhi. Erano talmente grigi e cupi da sembrare sul punto d’incenerirlo. Le labbra di Jared si contrassero fino a scomparire.
«Ha detto che sono un montato esibizionista, che la band è un pretesto per mettermi in mostra, che il mio pubblico è fatto da civette e che la mia musica è un rumorino di fondo con un gran bel pacchetto regalo intorno, secondo te com’è andata?» sibilò inasprito. Tim uggiolò piano. Il chitarrista intervenne aprendo le mani coi palmi rivolti verso l’alto.
«Veramente ha detto che tu sei il più noto tra tutti i membri, che la band ha avuto un beneficio dalla tua presenza, che le fangirl ti hanno un po’ preso di mira e che la nostra musica ha una buona dose d’immaginazione…»
    Tim era rimasto a guardare Jared, gli occhi del frontman leggermente indirizzati verso il croato, ma sempre col fiato sul collo del giovane bassista. Questi uggiolò ancora impercettibilmente, stava scomodo così, doveva trovare un modo per uscirne incolume.
«A me… piaci così come sei», mormorò a bassa voce. Jared tornò a fissarlo, l’espressione completamente mutata. Lo guardò come se dovesse decifrarlo, concentrato, immobile, serio. Mollò la presa sulla sua maglietta, alzò un sopracciglio e si girò come a dire “senti questo, è l’ennesimo che me lo dice”, ma almeno parve placarsi. Tomo lanciò al bassista uno sguardo di totale ringraziamento.
    «A questo punto – intervenne Shannon – propongo di tornare in sala prove. Almeno lì non ci sono giornalisti o chissà che altro». Si mise le mani in tasca e guardò Tomo con un mezzo sorriso. «Prendiamo le scale – mormorò – qualcuno deve perdere qualche chilo di troppo, qui». Tomo si girò con un gran sorriso e gli batté dolcemente la mano sulla spalla.
«Hai ragione! Fai proprio bene a voler dimagrire, Shannon!» ridacchiò, schivando una manata. Il batterista gli si gettò addosso, stringendogli i fianchi tra le mani e chiamandolo “ciambella”. Il croato ricambiò con altrettanta ironia, stuzzicandogli la vita con un gomito e soprannominandolo “Big Mac”. Jared sbuffò via una ciocca di capelli dal viso sottile, guardandoli quasi con sufficienza. Tim sorrise, quei due ne trovavano sempre una nuova per prendersi in giro.
«Beh – annunciò Tomo liberandosi dalla presa del batterista – noi prendiamo decisamente le scale. Voi che fate?» Jared scostò il capo, quasi offeso.
«Io non ho bisogno di dimagrire, grazie», sbottò. Shannon annuì ampiamente spostando il viso su e giù e spingendo Tomo verso la porta. Il frontman li seguì, rimettendosi il blackberry in tasca. Tim chiuse la fila, ricordandosi educatamente di chiudere la porta. Trotterellò mesto dietro Jared, pur prestando orecchio agli altri due che scendevano le scale urlandosi dietro assurdi nomignoli mangerecci. Il frontman prese l’ascensore e fece per premere il pulsante del pianoterra, quando anche il bassista riuscì ad infilarsi tra le porte scorrevoli di metallo e si acquattò in un angolo per non disturbare. Jared sbuffò, ormai non poteva più cacciarlo fuori. Gli diede le spalle mentre i numeretti luminosi cominciavano a susseguirsi e decrescere sul piccolo schermo.

    La discesa era lenta e lunga. Chissà quanto ci avrebbero messo a toccare terra dal settantesimo piano. E chissà per quanti piani avrebbero resistito Shannon e Tomo nella loro finta corsa al pesoforma! Fino al quarantesimo piano, Jared era rimasto impassibile. Ondeggiava piano, canticchiando qualcosa tra sé e sé, come a distrarsi. Non guardava i numeretti susseguirsi nello schermo, teneva le mani incrociate dietro la schiena, torturandosi le dita continuamente. Poi d’improvviso si era appoggiato alla parete metallica con un gran sospiro, nascondendo con la testa lo schermo luminoso. Aveva chiuso gli occhi in un’espressione strana, contraendo le labbra verso il basso, passandosi le mani sul petto. Guardava davanti a sé, Tim per lui nemmeno esisteva.
    Ed era sempre stato così, da quando era entrato semi-ufficialmente nella band: non l’aveva mai considerato. Per lui era solo una spalla aggiuntiva sul palco che riempiva quel buco di suoni che Matt aveva creato. Tomo gli aveva assicurato che non avrebbe dovuto vivere in continuo confronto, ma era stato così: Tim viveva col fantasma di Matt e respirargli sul collo. Lui era il bassista venuto dopo, quello piccino che ancora deve imparare bene a suonare, quello che non è alto e rassicurante, quello che viene da un’altra band e non c’entrerà mai nulla con il progetto di Jared. E lui all’inizio non ci aveva fatto caso più di tanto, lo pagavano e lui metteva mano al basso. Era un impiego. Ma la musica non può mai essere un impiego, deve diventare una passione e poi un’arte, non si può considerare solo come un modo per portare i soldi a casa. E così, il peso di Matt aveva iniziato a farsi opprimente, come i silenzi di Jared quando Tim parlava. Niente risposte, ogni tanto qualche battuta mormorata, spesso e volentieri degli sguardi di sufficienza. E lui aveva sopportato, tenendo tutto sulle spalle, chiudendo le sofferenze nella custodia del basso. Ma quando riprendeva in mano lo strumento per suonare, sul manico e sulle corde sentiva di dover lottare contro le mani di Matt. Non riusciva a fare propria la musica perché non era sua. Era di lui, di quel fantasma silenzioso che arrossiva ad ogni domanda, che chiedeva scusa per le colpe altrui… che Jared adorava. Non sapeva se l’avrebbero tenuto, come un cucciolo di troppo cui nessuno in famiglia ha voglia di badare, né se mai un giorno Jared gli si sarebbe presentato allungando la mano ed invitandolo ad entrare per sempre in quel ristretto gruppo che era la band.
    Avrebbe potuto farsi avanti, magari pretendere qualcosa, chiedere, offrirsi… e invece stava anche lui poggiato alla parete dell’ascensore, a guardare Jared respirare affannosamente.
Fin troppo affannosamente. Aveva chiuso gli occhi e sembrava contare con le dita, cercando di adeguare il respiro al susseguirsi dei numeri, le mani sottili quasi contratte in un compitare nervoso. Tim non sapeva se disturbare Jared o meno, chiamarlo per sapere cosa stesse succedendo. Di solito si comportava in maniera simile anche quando componeva. Arrivava da qualche angolo del mondo fino a lui, una strana melodia oppure un’idea ed eccolo a socchiudere gli occhi con una specie di sorriso, le dita che si muovevano scandendo un ritmo fantasma. Ed una volta afferrata l’idea e piegatala al proprio volere, si sedeva sul suo solito divanetto con la chitarra in mano a provare, spesso inframmezzando la musica con maledizioni allo smalto nero che se ne andava, segnando tutto in un taccuino piuttosto disordinato.
    E quando Jared Leto componeva, nemmeno Dio poteva disturbarlo. Avrebbe dovuto chiedere il permesso ad Emma, che avrebbe comunque scosso il capo e l’avrebbe indirizzato in sala d’attesa. Perché Jared Leto, così frivolo e facile in molti aspetti della vita, quando doveva lavorare era granitico. Una statua seduta su un divanetto, a prendersela con le proprie unghie e le corde della chitarra, cercando di fare in modo che le sue idee divenissero sue fedeli schiave.
    Ma non stava componendo, così. No, c’era qualcosa che non andava, il suo respiro era troppo accelerato, la fronte imperlata di sudore, le mani troppo nervose.
«Jared…?» chiese Tim con voce tremante. Strinse gli occhi aspettandosi un boato o un ringhio di disapprovazione, ma non venne nulla. Rimase per un attimo deluso come un vecchio contadino che aveva previsto pioggia e si vede arrivare il sole. Subito, però, la delusione si trasformò in preoccupazione: se non lo maltrattava, qualcosa non stava andando per il verso giusto. Jared era sempre lì, impalato, a tormentarsi le dita con gli occhi chiusi. Tim mosse qualche passo verso di lui. Il suo «Va tutto bene?» non ottenne risposta.
«..Jared? Stai…» il cantante si portò un dito alle labbra in segno di silenzio. Strinse i denti, le labbra contratte, cascasse il mondo non avrebbe mai rivelato la sua debolezza. Sì, lasciare che Tim si illudesse del fatto che stesse componendo poteva funzionare. D’altronde, quanti piani mancavano per toccare finalmente terra?

    Le leggi di Murphy a volte sembrano autentiche prese per i fondelli dal gran che son vere. “Se qualcosa va storto, sappi che può sempre andare peggio.” L’ascensore parve rallentare, i numeretti si fecero sempre più lenti nel loro susseguirsi. 46, 45, 44, 43… Jared deglutì a vuoto. 42, 41… non arrivò il quaranta. L’ascensore si bloccò, quasi addormentato, stanco della sua corsa verso il basso. Si ribellò al comando e rimase lì, a metà tra un piano e l’altro. E, guardacaso, l’allarme non entrò in funzione. Jared alzò la testa, gli occhi sbarrati.
«Si è.. fermato?» chiese Tim incredulo. La bocca di Jared parve scivolare completamente verso sinistra, tirata e stretta mentre gli occhi gelidi si perdevano nella parete metallica davanti a lui. Tim si posizionò al centro dell’ascensore, guardando in alto, poi si girò, fece per spostare Jared per premere il pulsante dell’allarme.
Il frontman lo respinse con un gesto violento, quasi a molla, come un robot appena entrato in funzione. Il bassista si trovò proiettato contro la parete, incredulo.
«Jared, ma cosa…?»
«Non… violare… il… mio… spazio…» scandì a labbra tese, ogni parola inframmezzata da più respiri affaticati.
«Jared io volevo solo premere il pulsante di allarme, perché a quanto pare l’ascensore si…»
«Non si è fermato! L’ascensore non si è fermato! Ora riparte e ci porta a terra, fuori di qui!» Replicò l’altro a macchinetta, addossato alla parete. Tim annusò la sua paura. Aveva un odore dolce.
«Jared, hai…» il cantante batté le mani contro il ferro dell’ascensore, il respiro stretto in petto, senza via d’uscita.
    «Sono claustrofobico», sussurrò a bassa voce, gli occhi puntati al pavimento, una ciocca di capelli davanti al viso. Tim s’intenerì per un attimo, avrebbe voluto poter avere il permesso di battergli una mano sulla spalla e rassicurarlo, ma se l’avesse toccato non sarebbe uscito vivo dall’ascensore per nessun miracolo.
Jared rimase a boccheggiare, il suo segreto svelato aveva aggiunto ulteriore peso al petto già gravoso. Claustrofobico, lui? Lui, essere perfetto e capace di ogni cosa, paralizzato da un perimetro un po’ troppo ristretto. Come poteva essere? Come poteva soccombere ad una così assurda violenza del destino? Eppure il suo respiro si mozzava al vedere un luogo troppo piccolo intorno a sé, ed era convinto di poter contare le molecole di ossigeno presenti per tenerne il conto e vedere quanto a lungo ancora potesse respirare, quanto ancora potesse vivere. Si sentiva schiacciare, annullare, un animale in gabbia senza più modo di uscire. Era così mentre l’ascensore scendeva sicuro verso una meta e dell’aria fresca, figuriamoci quando era fermo tra un piano e l’altro, senza intenzione di ripartire. Tim provò a distrarlo con un sorriso, cercò un’idea.
«Magari è passeggero… ti ho visto girare un’intervista in un ascensore e mi sembravi molto calmo», gli ricordò. Jared scosse il capo.
«Quello era solo un angolo di un montacarichi grande il triplo di questo. E poi… e poi c’era Shannon, non si può avere paura davanti al proprio fratello» mormorò a voce bassa, controllando l’aria che respirava e quella che ancora poteva permettersi di sprecare. Tim si sentì come una pedina sul punto di cadere dalla scacchiera. Cos’altro avrebbe potuto dire per calmarlo?
    Con Jared Leto bisogna sempre segnare un confine tra ciò che si può o non si può dire. Solitamente è preferibile il silenzio con una persona come lui, ma non si può sempre vivere muti. Ci sono alcune frasi all’apparenza innocenti che alle sue orecchie e nella sua mente possono ricreare collegamenti spiacevoli. E, come una puntualissima reazione chimica, lui esplode.
E, purtroppo per Tim, ogni cosa da lui detta creava una connessione inevitabile e dolorosa: Matt.
Da quando se n’era andato dalla band, come un fratello che abbandona la propria Casa del Nespolo per cercare fortuna nel mondo, Jared scattava ad ogni segnale. E non si poteva descrivere se fosse nostalgia di un amico o un senso di tradimento, di ribellione al massimo generale. Qualcuno che abbandona Jared Leto o è un folle o un suicida.
    Eppure Tim era convinto che Matt non avesse abbandonato Jared, in un modo o nell’altro. Lui era sempre lì, dannatamente lì, quasi a riflettersi negli specchi o ad urlare nei microfoni, afferrava le mani di Jared e le guidava sulle corde, mentre invece faceva tremare quelle solitamente sicure di Tim. Scivolava lungo i cavi e profumava i vestiti di scena. Tomo sembrava immune da quella presenza, così come Shannon. Loro avevano qualcos’altro che pareva distrarli da qualche mese, chiudendoli in una scatola con fiocco quasi isolante. Ma Jared e Tim, loro erano in balia del ricordo, volenti o nolenti. E se, dal proprio canto, Jared adorava abbandonarsi a quel ricordo per pomeriggi interi, risvegliandosi poi con stizza e sbattendo ogni cosa all’aria, Tim provava sempre a tenere duro. Ma è difficile quando non ci sono appigli. Certo, c’erano gli scherzi di Tomo a farlo sentire benvoluto, ed ogni tanto Shannon non era così stoicamente granitico con lui, ma gli mancava l’approvazione più grande: quella del frontman. Coloro che non sono ben accetti, finiscono per essere cancellati. E quando si ha un peso così immane come quello di un compagno che molla la presa sulle spalle, è difficile guadagnare approvazione.

«Posso fare qualcosa per te?» mormorò il bassista a bassa voce. Jared rimase con lo sguardo fisso a terra, le mani sottili a cercare di ghermire il ferro della parete.
«Smetti di respirare, mi rubi l’aria», ringhiò. Tim lo guardò stupito.
«C’è una ventola.. non rimarremo senza ossigeno…» cercò di spiegargli, ma il frontman non volle sentire ragioni. Continuava a respirare lentamente, con un ritmo quasi ipnotico, come contando sulle dita. Il bassista non sapeva cosa fare. Avvicinarsi sarebbe stato uguale al suicidio volontario, parlare significava pronunciare la propria condanna a morte. Eppure il pulsante d’emergenza era dietro la schiena di Jared, ed anche se non avesse funzionato, valeva la pena premerlo.
«Jared, devo premere il pulsante d’emergenza, magari ci…» non l’avesse mai detto! Il cantante scattò in piedi come un gatto pronto a graffiare, gli occhi cerulei quasi neri di rabbia, le sopracciglia aggrottate in un’espressione minacciosa.
«Tu non premi un bel niente! – Urlò con voce strozzata. – Cosa pensi che succeda?»
«Magari si rendono conto che l’ascensore è bloccato e ci…» venne interrotto nuovamente da una risata amara e sardonica.
«Ci salvano? Quelli lasciano schiantare l’ascensore a terra e lo fanno scambiare per un incidente!» sbraitò. Poi si guardò le punte delle scarpe, calmandosi un istante, e continuò a bassa voce: «Ed io con te non ci voglio finire».
    Cattiveria gratuita. Ecco cos’era, anche se a Tim parve solo un effetto un po’ troppo meschino della paura. No, Jared non poteva odiarlo a tal punto, non poteva desiderare così fortemente il ritorno di Matt da escludere qualsiasi altra presenza. Non era umano, tutto ciò.
    Si acquattò contro la parete opposta, guardando Jared sconsolato. Ogni buon proposito di aiutarlo era stato accantonato dall’essersi accorto d’essere impotente davanti a lui e nei suoi confronti. Jared non voleva essere aiutato da nessuno, e Tim era nessuno.
«Lui riusciva a calmarti?» chiese. E non ebbe nemmeno bisogno di precisare la natura di quel “lui”. Doveva saperlo e basta.
«Sì», rispose con un fil di voce. Poi scosse il capo lentamente, i capelli ondeggianti davanti al viso chino. «Matt calmava ogni parte di me – continuò – ogni mio impeto ed ogni mio sbuffo. Sapeva appianare ogni mio tremito e Dio se solo sapesse quanto male mi sono fatto a cercare di continuare senza di lui…»
    Tim rimase ad ascoltare quel meraviglioso oracolo di lacrime premuto contro la parete. Il respiro si era fatto più tranquillo, meno rauco. Sorrise con rispetto, nonostante non fosse merito suo quel piccolo cambiamento, era riuscito a sfruttare Matt al meglio. Avrebbe presto imparato a coprirsi con la sua maschera, quindi. E Jared, forse, l’avrebbe accettato. Sì, si sarebbe venduto persino al ricordo di Matt, assumendone le sembianze, pur di ricevere un sorriso e trovare un posto in quegli occhi quasi grigi. Era quello l’unico compromesso, seppure immane, cui sarebbe giunto con gioia.

«Lui era ciò che non sono io – mormorò nuovamente Jared – ciò che non sarò mai. Lui era la calma ed era tutto ciò che è stabile e deciso. Io sono la follia ed il gesto impulsivo. Io non avrò mai famiglia né legame, non casa né appartenenza. Io sono di tutti quelli che pronunciano il mio nome ed ho il viso di chi se lo immagina e lo crea istante dopo istante. Non ho percorso e mi nutro degli ideali di qualcun altro. Ho bisogno di un qualcosa cui aggrapparmi e l’avevo trovato. Ma si è rotto».
«Posso… aiutarti io, Jared», mormorò, una timidezza quasi sfrontata. Il frontman alzò gli occhi e quella che poteva parere gratitudine si tinse improvvisamente di rabbia.
«Tu non sei lui», sibilò incattivito. Tim abbassò lo sguardo e fece per replicare, ma Jared, felino ed iracondo, era già scattato in avanti. «Con le tue pretese ed il tuo pietismo non gli somiglierai nemmeno da lontano! Tu non sei Matt!»
«So che non lo sono, sto solo provando ad essere qualcuno!»
«Tu non sei nessuno!»
«Io sono Tim!»
    Il viso di Jared, colorato dalla collera, era di una bellezza spaventosa. La pelle lucida, gli occhi accesi di quell’insana pazzia che solo lo coglieva sul palco, le labbra contratte in una smorfia rabbiosa. Tim rimase per un attimo barcollante davanti a quello sguardo di ferro, non sapeva bene se essere ferito o vittorioso.
«Taci, mi stai rubando l’aria… - e da quel pensiero Jared parve terrorizzato – mi stai rubando l’aria!» urlò avventandosi contro di lui. Lo sbatté contro la parete dell’ascensore, cercando in qualche strana maniera di renderlo inoffensivo per potersi appropriare di tutto l’ossigeno. Tim, che non aveva le braccia di Shannon ma era in ogni caso molto più forte di Jared, riuscì a bloccarlo alla bell’e meglio, cercando di non fargli troppo male, tenendolo per le spalle. Ma il cantante non era tipo da demordere, le differenze non l’avevano mai spaventato in nessuna situazione. Alzò un piede per cercare migliore appoggio, però finì soltanto con lo scivolare contro il petto del bassista, stretto a lui per non cadere. Tim lo strinse per tenerlo in piedi, il viso piegato sul suo per tentare di contenerlo e calmarlo. Il frontman alzò la testa.
E improvvisamente si rese conto che le labbra di Tim sfioravano le sue; le braccia intorno alla sua vita, il suo quieto calore, avevano avuto il potere di calmarlo. Non ansimava più affannosamente né contava i respiri per sapere quando avrebbe dovuto iniziare a prepararsi all’apnea. Tim era lì, stretto a lui, deliziosamente tiepido, la bocca sulla sua… Avrebbe respirato la sua aria, lui sarebbe stato la sua fonte di sostentamento. Con lui avrebbe vinto la claustrofobia.
D’altronde, cosa c’era di così male nel baciarlo solo una volta? Giusto per respirare…

Tim era sicuro che tutto ciò fosse parte di un sogno.
E non desiderò di svegliarsi nemmeno per un momento. All'istante perse ogni razionalità, perché non esiste razionalità con Jared Leto tra le braccia, quella bocca alle volte saccente premuta contro la propria, il cuore in un rallentando quasi melodico.
Gli fece scivolare una mano sul collo, rispettoso, poi all’esplorazione dell’incavo perfetto, la carne calda e tesa verso di lui, la spalla scoperta di poco dalla maglia. Avanzò sulla sua schiena, tornando sulla nuca con le dita, avvicinandoselo contro. Comandò agli occhi di chiudersi. Lo baciò a lungo. Aveva esattamente lo stesso sapore che aveva sempre immaginato.
Non aveva mai dato un bacio così, desiderò più volte di perdersi completamente in quella bocca, ma si trattenne per paura di forzarlo troppo, di ritrovarsi troppo pretenzioso ed essere scacciato via. Eppure Jared lo tentava, insinuandosi lentamente nella sua bocca, e se l’avesse guardato avrebbe potuto benissimo riconoscere il suo solito sorriso stronzo, tentatore, forse velato da un po’ di dolcezza. Amore, magari…
    Perché a lui, Jared Leto piaceva un sacco. Ed aveva preso questa sensazione con una scrollata delle spalle. Gli piaceva ma non era ricambiato, niente di cui soffrire. Aveva altri fantasmi da combattere. Eppure non poteva fare a meno di guardarlo nelle sue pose quasi plastiche, nelle foto, mangiando ogni suo gesto teatrale. Quel suo modo di fingere con tutti e di chiudersi con se stesso, la migliore farfalla sulla scena. Ma non pensava che l’avrebbe mai potuta prendere col retino.
In effetti, si rese conto di non essere stato lui a prendere Jared. Si rese conto che, nonostante lui sembri sempre quello da prendere, da sbattere, da comandare, non era mai così. Era lui il Burattinaio, che afferrava sinuoso i fili delle persone per muoverle su di sé a proprio piacere. Padrone del suo stesso essere schiavo.
    Jared si divise da lui lentamente, gli occhi persi sulle sue labbra umide, indeciso se baciarlo di nuovo o meno. Respirare dalla sua bocca era un piacere inaspettato. E lui era un edonista, quindi se lo concesse di nuovo. Cercò di scuoterlo ed allo stesso tempo di piegarlo, si fece audace, si dimenticò di odiarlo e di odiare quel suo essere docilmente il sostituto di qualcuno che aveva avuto il coraggio di dirgli di no. Poi si rese conto della sua vittoria. Il fantasma di Matt che abitava gli occhi di Tim aveva ceduto alla sua sensualità ed era schiavo di lui. Ne approfittò. Piegò il collo, la maglia scivolò via dalla spalla mentre il bassista aveva preso a morderlo con fame, assaggiandolo centimetro per centimetro, una mano quasi a strappare la stoffa. Jared mormorò piano, appagato. Tim perse il controllo. Se lo premette contro e d’improvviso avvampò di vergogna. Lo desiderava e l’erezione aveva iniziato ad essere fin troppo visibile, soprattutto con Jared premuto a quel modo contro il proprio bacino. Il cantante sorrise, lo guardò come fosse stato un gatto pronto all’assalto. Abbassò una mano alla cintola del bassista, giocherellando con la cintura. Alzò la maglia, gemendo di piacere al brivido sorpreso di Tim. Seguendo il tremore della pelle, fece scivolare le dita sotto ai pantaloni, mentre con l’altra mano si apriva un varco slacciando la fibbia e la cerniera.
Gli occhi di Tim erano persi da qualche parte sul collo di Jared e sulla sua bocca schiusa, il respiro caldo. Non poteva guardare altro, quando si azzardò ad abbassare gli occhi sulla mano del cantante gli prese quasi un colpo. Sentì i pantaloni scivolare verso il basso, mentre non sapeva se essere orgoglioso o meno di dimostrarsi così uomo nella sua mano.
    Jared gli mormorò frasi irripetibili all’orecchio, che nella sua bocca risuonavano come un anatema infrangibile, legato per sempre a quel piacere puramente carnale che gli offriva.
«Jared…» mormorò appena il bassista mentre cercava di mettere un freno ai sensi. Ma nessuno può mettere un freno ai sensi con le proprie mani su quei fianchi, su quella pelle candida che pareva fremere al tocco, desiderosa, rispondeva ad ogni spunto di piacere. Gli girava la testa ed i suoi occhi non potevano fare altro che fermarsi su quella bocca, vicino alla sua, famelica e schiva al contempo, un bacio come una pugnalata che lascia sorridere al dolore…
«Tim…» mormorò quella bocca ed il bassista si perse con un gemito. La mano di Jared aveva iniziato a carezzarlo lentamente, in una maniera in cui nessuno mai aveva fatto prima. Non si rese nemmeno conto di stare quasi sbavando, mentre Jared prese quel succube comportamento animale come il migliore dei complimenti. Gli leccò le labbra con la punta della lingua mentre le carezze aumentavano, spinte e regolari, sulla carne turgida.
    Tim era sull’orlo dell’oblio. Si mise ad uggiolare piano, gli occhi socchiusi sempre persi in quelli di Jared, magnetici, gelidi, dietro di loro si nascondeva il demone di piacere che aveva sempre desiderato vedere. Lui era padrone e tentatore, lui era sadico e bastardo, ma sapeva mascherare questa cattiveria col migliore dei piaceri. Vantandosi di quest’abilità, Jared scivolò lentamente in ginocchio davanti a Tim. Il bassista trattenne un gemito.
    Non trovò il coraggio di afferrargli i capelli e guidarlo, anche perché il frontman pareva non averne alcun bisogno. Succhiò la punta del sesso di Tim come se volesse giocare con la sua follia. Il giovane bassista gettò la testa all’indietro come poteva, gemendo e latrando mentre offriva il bacino al suo carnefice. Il cantante lo stuzzicò a lungo prima di prenderlo seriamente, mostrandogli l’accesso alla propria gola calda senza sforzo. Tim venne preso dalla smania. Doveva trovare uno sfogo, doveva assolutamente ricevere e dare violenza per dimenticare quella deliziosa tortura. Gli sarebbe rimasta addosso per sempre, lo sentiva sulla carne, e non sarebbe più stato lo stesso. Jared proseguì con tantrica lentezza, beandosi di quei gemiti avidi ed acuti. Quando Tim si sciolse nella sua bocca, deglutì con decorosa eleganza e si divise da lui, pulendosi con un dito un lato della bocca. Sul suo viso un’espressione pacata e tranquilla, come se avesse appena finito uno schema di parole crociate.
Il giovane bassista, dal canto proprio, era stravolto.
    Il frontman lo fece scivolare verso il basso, seduto accanto a sé, carezzandolo piano. Sorrise, sul viso dell’altro leggeva lo stupore e l’appagamento e non poteva certo dire di non esserne soddisfatto. Gli slacciò i due bottoni della polo, allargandone il colletto, baciandolo piano sul petto e tornando a tormentargli con le labbra il lobo dell’orecchio. Tim lo spinse un po’ contro di sé, sfiorandogli il ventre nascosto dalla maglia. Jared gli concesse grazia. Si spogliò dell’indumento e la fece scivolare via, il petto glabro e liscio pareva quasi bianco. Tim ne baciò e benedì ogni millimetro, perso in quel candore. Ritrovò il desiderio quando Jared si mise a cavalcioni delle sue gambe, in ginocchio, leggermente sollevato per dare alle labbra del bassista accesso al proprio ombelico e lievemente più in basso. Tim gli slacciò i jeans, proseguendo la propria corsa con le labbra. Il frontman si divise lentamente, sfiorandogli il viso con la punta delle dita. Si spogliò davanti a lui, voleva essere guardato. E ne aveva il pieno diritto. A Tim si mozzò il fiato, il petto si bloccò ed il cuore saltò qualche colpo.
    Non gl’importava di cosa Jared stesse facendo con lui, se lo voleva per sfizio o per amore: gli stava mostrando ogni appetibile centimetro di sé ed era il premio migliore, un analgesico al mondo. E Matt non ne aveva avuto la sua dose.
Sì, per certo Jared si stava offrendo non per soddisfare il bassista, ma per soddisfare se stesso. Si muoveva lentamente, elegante, silenzioso, impartendo l’altissimo ordine d’essere ammirato quale Dio di bellezza. E Tim non si sottrasse dall’obbedire. Sapeva che anche Jared aveva un desiderio nascosto, che lo rendeva debole e lascivo agli occhi di chi sapeva accontentarlo. Il frontman scivolò contro di lui per farsi accarezzare e toccare, ancora, a lungo. Poi, in una delle sue solite pose fotografiche e deliziosamente folli, aggrappandosi alle spalle di Tim lo accolse dentro di sé con un gemito. Si fece prendere completamente, gli occhi chiusi, il volto chino per non far leggere al bassista il piacere totale, rimanendo orgoglioso della propria superiorità. Lo prese un brivido che provò a controllare mordendosi le labbra mentre si abituava al desiderio di Tim ed alla sua durezza. Strinse le ginocchia intorno alle cosce del bassista, cercando un distacco che d’improvviso smise di desiderare. Prese le mani di Tim e se le portò ai fianchi: non voleva essere guidato, voleva solo che la violenza partisse da lui, si rispecchiasse sul ragazzo e tornasse indietro quasi amplificata. Si lasciò sbattere, deglutendo sonoramente. Gettò la testa all’indietro, la sottile curvatura della gola proseguiva invisibile sul suo petto, per ondeggiare sul ventre e gocciolare dolcemente sull’ombelico. Cavalcò Tim a lungo, accarezzandosi distrattamente con una mano.
    Voleva. Voleva essere guardato. Sentiva gli occhi del ragazzo su di sé, ipnotizzati, fermi, incollati. Ed era quello il piacere per lui, l’attenzione dell’amante, totale, incondizionata. Il giovane bassista si sentì in diritto di spingerlo violentemente su di sé, di sollevarlo e poi richiamarlo. Lo fece gemere con forza e si unì al mugolio di piacere più volte. La stoffa della polo ormai attaccata al petto sudato, inarcò il bacino verso l’alto, premendosi in Jared con foga, a lungo, fin quando riuscì a resistere. Quel corpo delicatissimo parve spezzarsi sotto i colpi inferti e quando venne, coprì il proprio piacere una mano mentre con l’altra si schermava il viso, vezzoso. Anche Tim si lasciò andare al vedere che persino Jared Leto, edonista, superiore, intangibile e distaccato, aveva provato piacere.

    Lo tenne stretto a sé il più a lungo possibile. Il suo odore, l’odore della sua pelle misto a quello del sesso, sarebbero rimasti per sempre addosso a lui, anche se non si sarebbero mai più sfiorati. Perché illudersi? Non sprecò tempo a sussurrargli che l’amava, non avrebbe ricevuto risposta. Non si sentì usato, lui non badava a quelle cose. Aveva lasciato sin dal primo giorno una cosa importantissima nelle mani di Jared: la fiducia. Si fidava di lui, nonostante tutti i maltrattamenti e le incomprensioni. Si fidava dell’onore di Jared. Che era bislacco e sui generis, ma era pur sempre onore. Gli carezzò piano la testa, senza assolutamente badare al colore dei capelli. Gli cinse i fianchi con le braccia senza giudicare se fossero troppo magri o no. A lui piaceva così. Vanitoso, scontroso, egocentrico. Iracondo, permaloso, vendicativo. Passionale, inarrestabile. Era quello il Jared che aveva davanti agli occhi e nel cuore e non sarebbe cambiato. Per lui, mai.
Lui era fedele al suo padrone.
«Tu non sei lui… - mormorò il frontman - …e te ne sono grato, Tim». Il ragazzo sorrise in silenzio, continuando ad accarezzarlo. Gli baciò la fronte mentre il cantante sospirava ad occhi chiusi.
«Se n’è andato da un giorno all’altro. Non è stato facile fingere che avessimo preso insieme la decisione con calma. È arrivato un giorno e mi ha presentato il contratto con DeLonge». Trasse un lungo sospiro. Tim gli strinse delicatamente la spalla, non era obbligato a continuare. Il cantante si scostò leggermente, guardò il bassista, gli occhi aggrappati ai suoi.
«Io pretendo così tanto dalle persone?»
«Le persone pretendono altrettanto da te», rispose serafico. Non voleva giustificarlo né rassicurarlo. Era così. Si diventa esigenti quando si è passato anni ad accontentare le altrui esigenze. E nonostante Jared non volesse mai darlo a vedere, nonostante scuotesse il capo e preferisse prendersi ogni colpa come parte del proprio instabile carattere, aveva passato anni a chinare il capo e prendere più “no” che “sì” dagli altri. E gli occhi gli si erano ingrigiti. Ma per Tim, davanti a Tim, era tornato un po’ d’azzurro nell’iride luminosa.
«Tu non pretendi niente da me…» mormorò il frontman. Tim sorrise.
«Pretendere comporta una delusione se non si riceve. Io non pretendo mai. Così non rimango mai deluso, ma piacevolmente sorpreso. E non fa mai male».
«Sei così diverso da me », sospirò abbassando gli occhi. Poi sorrise tra sé e sé, uno di quei sorrisi da Monna Lisa, indecifrabili se non per il pittore che li ha disegnati. Sorrisi che solo Jared Leto sa capire. Si alzò e si rivestì lentamente. Il giovane bassista capì che era giunto alla sua conclusione il sogno in cui credeva d’aver vissuto in quell’ascensore.

    Una volta rivestito, il cantante tornò ad appoggiarsi alla parete della pulsantiera, le mani nascoste dietro la schiena. E poco dopo l’ascensore ripartì, finalmente toccando il quarantesimo piano ed arrivando al piano terra. Come le porte di metallo si divisero, Jared saltò fuori tirando un lungo respiro. Tim uscì con passo da passeggiata. Shannon e Tomo li avevano aspettati, ma non avevano assolutamente l’aria preoccupata, anzi. Il croato si divise dal batterista quasi fischiettando e compiendo un breve giro. Shannon sorrideva come se gli avessero regalato una Carta Premio Starbucks.
«Quanto ci avete messo? - chiese il batterista – Vi stavamo aspettando da quel po’!» Tomo annuì sonoramente, ma sul suo viso si leggeva quasi stampata la frase: “Anche se non abbiamo certo patito la noia”.
«L’ascensore deve essersi bloccato», rispose Jared con nonchalance, avviandosi verso l’uscita dell’edificio mentre inforcava i suoi inseparabili occhiali da sole. Tomo lanciò un’occhiata a Tim e le sue labbra si curvarono in un sorriso ineffabile.
Croato sì, cretino no.
«TIM! – Urlò Jared dal marciapiede – Vieni ad aprirmi la portiera!» Il giovane bassista spiccò una rapida corsetta.

    Eccoli lì, padrone e cagnolino, di nuovo. Vicini per un attimo, quasi uniti. Un istante, uno scambio di sguardi, la tanto anelata carezza sulla testa. Magari il padrone dimenticherà, Jared Leto dimentica facilmente. Ma il cagnolino no. I cagnolini dagli occhi azzurri non dimenticano mai l’amore per il padrone.
 
I wrote this long ago, and always forgot to post it there XD I'm lazy... I'll post my other fics there ASAP. Enjoy! ^^
(this is pretty old, though, many of jou had just rode it. Sorry!)
Comments 
26th-Sep-2008 09:01 pm (UTC)
Awww... me semplicemente ama quetta Jimmy.. forse anche perchè è la prima che ho letto! ^___^
ma sono talmente dolci... awww.. la leggo sempre volentieri! xD

e poi quetto sfondo è.. Soundcheck!
piace piace.. ttì ttì!
26th-Sep-2008 09:06 pm (UTC)
La MIA Jimmy!!!!!!
..*____________________________*..

Me la lovva, tanto tanto! E lovvo te che l'hai scritta! *-----*...*rol roll*...

<3<3<3<3<3<3
27th-Sep-2008 12:04 pm (UTC)
Come io beta???? Che ho fatto???
Non ho fatto davvero nulla... se non la stronza idiota che ti ha detto un sacco di cose inutili e senza senso.....
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