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The MARS PATHFINDER
...whatever happens on mars.. WE KNOW IT!
FANFICTION - ....se ti dicessi che era destino? 
3rd-Jun-2008 10:58 pm
30poststomarsjournal

(ITALIAN ONLY)

Titolo: ...se ti dicessi che era destino?
Autore: apokolokyntosis
Personaggi: Shannon Leto, Tomo Milicevic, Jared Leto, Tim Kellehr, Emma
Pairing: Shannon/Tomo
Rating: NC17 (per precauzione)
Trama: A volte il destino si muove in modo molto sottile ed enigmatico
Beta: ladymacbeth77
Note: Non conosco personalmente i personaggi coinvolti e non voglio insinuare niente sulle loro preferenze sessuali. Tutto quello che segue è solo fiction. Il tono ironico su Jared Leto e Tim Kellehr è voluto.

A cosa pensa la gente quando guida?
Nessuno se lo chiede mai, o magari ci pensa e poi svolta a sinistra per parcheggiare ed il pensiero finisce lì. Ci sono un sacco di cose cui si può pensare quando si ha qualcosa da fare. Ma quando da fare non s’ha nulla e si è costretti in una decina di metri quadrati su quattro ruote, qualsiasi cosa è perfetta per fuggire.
E così anche lui se ne stava con la mano sotto al mento, la guancia destra appiattita contro il finestrino freddo, a sbirciare negli abitacoli delle vetture altrui che li sorpassavano. Ma perché i tourbus devono per forza andare così lenti? Molto probabilmente, andando ad indagare in profondità, loro stavano procedendo a passo d’uomo perché persino le mucche nei campi avrebbero dovuto leggere l’enorme scritta sulla fiancata che Jared aveva desiderato ed ottenuto dopo nemmeno mezza telefonata. Le lettere rosse campeggiavano spavalde sullo sfondo nero della carrozzeria, attirando persino la polizia stradale che li aveva scortati “gentilmente” per qualche chilometro. Nemmeno quella conquista, però, aveva trattenuto Jared dal riprendere a lamentarsi. Ormai era come un lavoro per lui, insieme al cantare e recitare. Lamentarsi, quanto lo sapeva fare bene! E per le minime cose!
    Se ne stava a braccia conserte, semi sdraiato sulla sua cuccetta ordinata, il viso imbronciato ed un ciuffo di capelli davanti al viso. Da quando Matt se n’era andato, lui aveva dato sfogo a tutte le sue manie in maniera quasi metodica, perfezionando di volta in volta la sua vasta gamma di espressioni offese. Quella che aveva assunto ora era quella che Shannon aveva ribattezzato “posa punching-ball numero uno”, perché tutte le volte affermava che gli fremevano le mani dalla voglia di usare il fratello come sacco da pugile. Tanto non ne avrebbe mai avuto il coraggio.
Ogni tanto Jared soffiava via il ciuffo, che però tornava imperterrito a sistemarglisi sul naso, così la rabbia stizzosa aumentava e tutto lo staff aveva l’onore di stare a sentire la sua nenia lamentosa. L’argomento dell’ora era proprio quello riguardante i suoi camaleontici capelli.
«Ma insomma – sbottò assumendo l’espressione “monachella numero sei” – io avevo espressamente chiesto che il colore restasse a lungo! E invece cos’è questo? Rosso? No! E’ arancione! Un dannatissimo arancione!» piagnucolò.
«Bro’, i tuoi capelli ormai sono stati di tutti i colori, dovrai pure sperimentare qualcosa di nuovo!» lo prese bonariamente in giro Shannon. Non l’avesse mai fatto! Subito il cantante scattò in piedi come un soldato chiamato all’appello e lo trapassò da parte a parte con un’occhiataccia nera. Storse la bocca nell’espressione “Zeus numero due” ed alzò entrambe le mani. Stava per iniziare ad enumerare le varie tinte assunte negli anni precedenti, quando un’idea gli balenò in viso, dipingendogli lo sguardo di una sfumatura quasi malefica.
    Shannon tirò un sospiro di sollievo. Tomo rimase con la guancia attaccata al finestrino, quasi in trance, sempre a chiedersi a cosa pensi la gente mentre guida. Il respiro formava un alone appannato sul vetro. Ogni accadimento di lì a qualche ora prima gli era scivolato addosso, il tourbus avrebbe potuto ribaltarsi che tra le macerie l’avrebbero ancora trovato in quella posa.
    «Devo trovare qualcosa che mi faccia sembrare unico e che nessuno avrà mai il coraggio di copiare. Ho già visto questa pettinatura in testa ad un sacco di ragazze e la cosa mi sembra ben poco esclusiva», continuò Jared, passeggiando su e giù per il tourbus quasi dovesse ragionare su un piano di battaglia. La battuta affiorò immediata sulle labbra di Shannon, il suo viso solitamente accigliato parve illuminarsi, ma fu un campione a trattenersi. Prese quindi il Blackberry in mano e compose velocemente qualcosa. Pochi istanti dopo, il telefono di Tomo emise un trillo. Solo così il Croato si svegliò dal proprio stato di catarsi autostradale.
“Non si è ancora mai chiesto perché le sue pettinature siano copiate solo dalle ragazze?” gli aveva inviato Shannon. Sorrise quasi di nascosto mentre il batterista guardava in alto, dissimulando il siparietto telefonico e tamburellando con le dita sul tavolino.
“Preghiamo affinché non se lo chieda mai…” rispose. Shannon lesse e gli scoccò un’occhiata divertita. Con quei suoi occhi verdi pareva un gatto che ha appena scoperto la cesta dei gomitoli di lana.
“Ma una battuta un po’ acidella su mio fratello non ti scappa mai?” lesse Tomo qualche istante dopo. Fece per rispondere, quando Jared trovò l’ispirazione. «Biondo! – Esultò – Una bella meche bionda da qualche parte e via queste ciocche arancioni! Mi sembra più che originale!» decretò. Poi con decisione aprì la tendina della cuccetta di Tim, che stava dormendo con la testa infossata nel cuscino e lo scosse vigorosamente.
«Tim! Mi faccio biondo!» gli urlò nell’orecchio disponibile. Il ragazzo ebbe un sussulto e si guardò intorno spaesato, gli occhi assonnati e le sopracciglia inclinate. «Siamo già arrivati?» chiese con la voce impastata dal sonno. Shannon proruppe in una fragorosa risata. Tomo era tornato a guardare fuori del finestrino, stretto nel maglione di pile nero. Teneva in bocca la chiusura della zip, il mento immerso nel colletto alto e caldo.
«Possibile che qui non mi ascolti nessuno?» domanda retorica di Jared. Il giovane uomo riassunse la “posa punching-ball numero uno” con variante di sguardo arrabbiato e decise di rendere Tomo vittima del suo bisogno di attenzioni. Lo chiamò con voce estremamente mielosa e poi esplose in una sfilza di domande sulle sue preferenze in fatto di acconciature. Il Croato si girò lentamente, la chiusura della zip sempre stretta tra le labbra. Si scostò con due dita il ciuffo di capelli mori da davanti all’occhio sinistro e lo guardò a lungo. Rispose ricordando a memoria una targa vista dal finestrino. Jared strabuzzò gli occhi azzurri, un’espressione nuova cui Shannon non ebbe nemmeno il tempo di trovare nome.
    Ancora una volta, la situazione venne salvata dal Destino: fuori del finestrino si era dipinta l’immagine di un Luna Park abbastanza affollato, le invitanti giostre luccicavano sotto il sole ed i cofani delle auto parcheggiate poco distante brillavano come monete. L’espressione di Jared davanti a quello spettacolo era impagabile. Sembrava improvvisamente tornato bambino (non che fosse mai cresciuto più di tanto) e teneva i grandi occhi azzurri sgranati e la bocca aperta in un sorriso raggiante. Poggiò ambo le mani contro il finestrino, guardando il Luna Park con occhi sognanti; in men che non si dica aveva aperto la porta del tourbus ed aveva terrorizzato il conducente con un urlo da concerto. Il poveretto era sobbalzato sul sedile, mantenendo un controllo sul volante degno di Barrichello, ed aveva obbedito agli ordini del capriccioso frontman sterzando a sinistra. Soddisfatto di sé e del proprio tempismo, Jared era tornato sui suoi passi ed aveva annunciato orgoglioso: «Si va al Luna Park!»
    Tomo inarcò un sopracciglio: «Ma non saremo un po’ grandi per le giostre? Il nonnetto qui ha quasi trentasette anni…» disse indicando Shannon con un cenno del capo. Il batterista si era alzato e gli aveva affibbiato una delle sue famose (e dolorose) pacche sulle spalle, tutto amorevole. «Non preoccuparti – lo rassicurò mieloso – te la tengo io la mano se hai paura sul Bruco Mela…»
«Non credo abbiate capito… - si schiarì la voce Jared – Non andremo sulle giostre, siete tutti e due troppo irresponsabili. Quello che faremo è trovare il tendone della Chiromante ed io mi farò predire il futuro!»
A Shannon per poco non prese un colpo apoplettico. Guardò il fratello come se avesse appena imitato Ozzy Osbourne e staccato la testa di un pipistrello a morsi. «Ma la chiaroveggenza non era compresa tra i tuoi superpoteri?» chiese. Jared non lo degnò di risposta, inforcò i Ray Ban lucidi e scosse violentemente Tim ancora una volta. «Siamo già arrivati?» chiese di nuovo, ma dato che nessuno rispose, tornò a dormire uggiolando.

    L’aria era frizzante ed il freschino solleticava piacevolmente le guance. Jared avanzava con passo deciso e fiero, testa alta, le odiate punte dei capelli nascoste dalla sciarpetta svolazzante. Shannon si sgranchì le gambe ed alzò le braccia al cielo, stirandosi vigorosamente. Si passò più volte le mani sul viso e si scosse un po’. A differenza del resto d’America, con un’arietta tutt’altro che estiva lui se ne stava tranquillamente senza giubbotto e in maniche corte. Tomo, infagottato comodamente nel suo fedele maglione di pile, trotterellò dietro Jared, se non altro grato per la pausa. L’espressione del bigliettaio all’entrata avrebbe potuto stendere dalle risate persino un sasso al vedersi presentare davanti la carta di credito del cantante. Non avendo modo di pagare altrimenti (nemmeno il resto per le banconote da 500 dollari era disponibile), Jared ottenne l’entrata gratuita per tutti.
    A nulla valse lo sfavillio dei banconi, le allegre musichette delle giostre, i saltimbanchi che chiamavano l’attenzione con costumi colorati o il dolcissimo profumo di popcorn caramellato, il naso di Jared e tutti i suoi sensi di ragno erano concentrati su un’unica frequenza, quella della Chiromante. Da vero e proprio segugio dell’occulto, non tardò molto a trovarla. La tenda era piccola e di un color blu acceso, decorata con ghirigori viola e dorati. “Madame Mysteria vede e risponde” citava il cartello poco distante. Shannon lo squadrò come se stesse valutando un quadro.
«Madame Mysteria… è così scontato… non vorrai farti riempire di balle e pretendere di crederci, vero Jay?»
«Se devi fare tante storie, Shan, puoi stare fuori. Entrerò solo, come Alessandro al cospetto dell’Oracolo di Siwah, come Napoleone nella piramide di Cheope, come…»
«Come Jared Leto che spreca il proprio tempo?» Domanda retorica. Il cantante si era sfregato le mani, soddisfatto del ritrovamento, ed era entrato scostando la tenda con un gesto teatrale. Tomo guardò Shannon con sguardo interrogativo. Il batterista fece spallucce e sorrise. Poco distante c’era un carretto ambulante di Starbucks e l’americano vi si gettò sopra ordinando famelico un Napoletano doppio con panna.
    «God Bless Naples!» mormorò sorseggiando la tanto amata bevanda. Tomo compì un giro su se stesso e guardò la tenda come cercando di vedervi attraverso.
«Secondo te dobbiamo aspettarlo qui davanti?» chiese. Shannon annuì e continuò a dedicarsi al caffè. Alle loro spalle, il Luna Park continuava a chiamare e ridere come una creatura vivente fatta di lampadine, campanelli e caramelle.
«Facciamo una scommessa, ti va?» propose quindi Shannon. Tomo si mise all’ascolto. «Chi perde trascina la valigia di Jared una volta arrivati all’Hotel, ci stai?» Al solo pensiero di trascinare l’armadio su ruotine di Jared, Tomo fece per chiamarsi fuori dal gioco, ma dato che non c’era altro di meglio da fare, annuì. «Secondo me Jared esce tra…venti minuti. E non sarà contento per niente. - Decretò Shannon – Secondo te?»
«Io gli do quindici minuti», rilanciò Tomo. Shannon ridacchiò.
«Hai già la valigia di Jared sulle spalle, caro mio!» lo canzonò mollandogli un’altra pacca sulla spalla. Dagli altoparlanti del Luna Park si fece sentire una smielata canzone di Robbie Williams e Nicole Kidman, “Something Stupid”. Come Shannon la riconobbe, sbottò poco convinto: «Il giorno in cui sentirò una delle nostre canzoni in un Luna Park come questo, farò qualcosa che avresti ritenuto impensabile, Tomo».
«Tipo?»
Shannon scosse il bicchiere di carta, ormai mezzo vuoto. «Che ne so.. sposarmi, magari. Sarebbe proprio poco da me!» rise.
Alla risata si unì anche Tomo, ché l’amico proprio non ce lo vedeva in giacca e papillon ad aspettare impaziente all’altare l’arrivo della sposa. Attesero in silenzio ancora qualche minuto, cercando di resistere al richiamo delle giostre e dei banchetti di tirassegno. L’aria freschina iniziò a diventare fredda sul serio, nonostante questo Shannon sembrava vivere in piena estate.
«Secondo te sta chiedendo anche alla chiromante come sarebbe meglio tingersi i capelli?» azzardò Tomo. Shannon rise: «Finalmente una battuta!» gli mollò un pugno amichevole su una spalla.
«Quanto tempo è passato?» Shannon guardò l’orologio del Blackberry e alzò gli occhi verso Tomo con un sorriso trionfante in viso: «Sono sedici minuti, Gorgeous Croatian, pronto per trasportare mezza America?»
Il Croato non sapeva molto accettare le sconfitte, riprese a mangiucchiare la chiusura della zip.
«Aspetta, se esce adesso ho vinto io, non tu», ribatté. Shannon si sfregò le mani sul petto muscoloso, messo tatticamente in evidenza dalla maglia scolorita.
«Non preoccuparti per le mie vertebre, Tomo. Jared ha una resistenza precisa quando non gli si dice ciò che vuole sentire. E’ un orologio svizzero», sorrise. Tomo si voltò verso il Luna Park, mangiandosi lo zucchero filato con gli occhi e scandagliando alla ricerca di qualcosa di divertente da fare.
«Però che palle aspettarlo, è tempo sprecato. Volevo vincere qualcosa al tirassegno!»
Shannon si voltò a guardare con lui, come se il resto del mondo stesse dall’altra parte di una vetrina. Sorrise sollevando un angolo della bocca, felino, sornione.
«Spero che tu non vinca un orsacchiotto di peluche. Dopo aver visto in “The Kill” cosa ti fai fare dagli orsetti…»
«Chissà se ci sono delle bambole gonfiabili come premio…»
Shannon proruppe in un “ha-ha-ha” ben poco divertito. Guardò l’orologio del Blackberry e diede una gomitata amichevole al Croato: «Venti minuti e uno… venti minuti e due…»
    «SHANNON!» la voce di Jared esplose coprendo la musica degli altoparlanti. I due in attesa, che non erano barboni né aspettavano Godot, si voltarono sull’attenti. Shannon allungò l’ennesima sonora pacca sulla spalla di Tomo e si piegò addosso a lui, quasi soffocando dalle risate e sventolandogli davanti lo schermo luminoso del cellulare. Il chitarrista assunse un’espressione esterrefatta, che poi mutò in terrorizzata vedendo Jared avvicinarsi a loro con furia devastatrice. Si piantò davanti ai due aspettando che il fratello si ricomponesse, senza nemmeno la curiosità di conoscere il perché di quelle risate, i pugni stretti, le braccia tinche lungo i fianchi, gli occhiali appesi al colletto del maglione. Lo sguardo fisso ed iracondo, le labbra contratte, pareva pronto a mangiarseli entrambi a morsi per poi digerirli con l’aiuto dei soliti integratori. Ma all’improvviso tutta la rabbia parve scemare, ecco che la durezza del viso si sciolse e.. dannazione, erano lacrime quelle!
«Non vincerò mai un oscar!» e così gemendo scoppiò in un pianto incontrollato, singhiozzando, portandosi una mano al viso per coprire teatralmente tutte quelle lacrime. Shannon ringraziò il Signore per avergli donato la forza di non ridergli in faccia o prenderlo a schiaffi, roteò gli occhi e gli cinse le spalle con un braccio. Tomo rimase a bocca aperta, la chiusura della zip dondolante sul colletto della felpa.
«Ha tirato fuori le carte e mi ha detto che verrò surclassato da un attoruncolo alle prime armi nella sua prima apparizione!» continuò Jared, che pareva un impianto di irrigazione per campi di grano.
«Beh, almeno significa che ti hanno nominato…» provò a consolarlo Tomo, Shannon non fece in tempo a trattenerlo.
«Non è abbastanza!!» sbraitò Jared agitando un pugno a mezz’aria. Poi si ricompose, si asciugò le lacrime alla bell’e meglio e guardò il fratello con occhi desiderosi di compassione. «Io sono un bravo attore, mi impegno molto… perché non mi premiano? Cosa devo fare per una statuetta? Quanti chili ancora dovrò prendere e perdere per portarmi uno di quei cosi a casa?»
Shannon iniziò a carezzargli una spalla, come si fa ai bambini per rassicurarli.
«Avanti, andiamo a prenderti dello zucchero filato, che magari ti tira su. C’è anche caso che l’abbiano dietetico…» e così dicendo spinse il fratello verso la luminosa gioia del Luna Park.
    Tomo rimase immobile a guardarli allontanarsi. Non gli avevano chiesto di andare con loro. Che lo avessero dato per scontato? Eppure Shannon di solito lo chiamava sempre con sé, per qualsiasi cosa. E invece se n’erano andati in mezzo alla folla senza dire una parola, i due fratelli Bandiera, lasciandolo lì davanti alla tenda di Madame Mysteria. Si voltò un attimo verso il sipario viola, stranamente attraente in quell’angolo quasi buio del Luna Park. Il cartello lì vicino citava:
“Madame Mysteria vede e risponde.
Madame Mysteria può aiutarti a risolvere i tuoi problemi, dimenticare le tue pene, compiere le tue scelte.
Amore, denaro, lavoro, salute. Legge la mano e la sfera di cristallo, consulta le carte e gli oracoli.”
E sotto, scritto un po’ più piccolo:
“Se le porte della percezione fossero aperte, le cose apparirebbero all’uomo come realmente sono: infinite”.
Tornò con gli occhi a cercare Shannon e Jared, il primo seduto su uno sgabello davanti ad un chiosco e l’altro in piedi a gesticolare, con fare più che scenico. Scosse il capo e tornò a guardare la tenda. Che male ci sarebbe stato, in fondo, a farsi dire quattro stupidaggini per poi scrollarsele di dosso? D’altronde le chiromanti dei Luna Park sono tutte così, quelle che dicono sono solo sciocchezze, magari hanno imparato a fingere di leggere le carte su una di quelle riviste da donne che stanno per anni nei saloni dei parrucchieri. Non c’è niente di vero. Niente.
«Avanti Tomislav, non fare il croa.. il cretino», si disse. E scostò la tenda viola.

    L’odore d’incenso era esagerato e fastidioso, l’atmosfera fumosa favoriva più la morte per asfissia che il mistero. Un faretto blu e viola illuminava lo spazietto claustrofobico, occupato quasi interamente da un tavolino tondo e due sedie. Sopra la tovaglia dorata, che pareva ricavata dai costumi di scena di Ziggy Stardust, troneggiava una grossa sfera di cristallo, probabilmente una boccia per pesci capovolta, vari mazzi di carte dai bordi mangiucchiati e qualche sasso colorato e tirato a lucido con la vernice. Nessuno sull’altra sedia. Che Madame Mysteria si dovesse materializzare con un effetto cinematografico ogni qualvolta entrava un cliente? Tomo si sedette sul seggiolino minuscolo e si schiarì la voce. Dal retro della tenda comparve una donna con una lunga sigaretta in bocca, i capelli scarmigliati ed il consunto vestito risalente a chissà quanti carnevali prima. Squadrò Tomo alzando un sopracciglio, si tolse la sigaretta dalla bocca dipinta con un rosso piuttosto volgare e si sedette di fronte a lui.
«Scoccia se fumo?» chiese con un accentaccio fortemente texano. Tomo scosse il capo, piuttosto intimidito. Iniziarono a venirgli seri dubbi sul perché si trovasse seduto lì a respirare polvere. La donna continuò a guardarlo con un sopracciglio inarcato, lui tossicchiò.
«Carte, mano, oracoli. Madame Mysteria vede e risponde – recitò meccanica – cosa vuoi?»
Tomo avrebbe venduto le mani su ebay piuttosto che farsele toccare da quella lì, quindi le chiese di usare le carte. Non si sarebbe sorpreso se avesse tirato fuori un mazzo da poker. Lei dispose silenziosamente cinque vecchi tarocchi consunti sul tavolo, a faccia ingiù, formando una croce. Poi batté due dita sul primo.
«In Testa, questo dice a cosa pensi». Lo girò ed aggiunse tre carte accanto ad esso. La carta della croce raffigurava una donna che guardava persa davanti a sé. Le altre avevano disegnati sopra un uomo su di un cavallo, un soldato di fanteria ed un garzone con una lettera in mano.
«Questi – disse la donna tenendo la sigaretta in bilico tra le labbra – sono il Belvedere, il viaggiatore, il soldato ed il messaggero. Vuol dire che sei in attesa di qualcosa, un viaggio, che sarà impegnativo, ma porterà buone notizie», spiegò spicciola. Tomo annuì ed allungò il collo per guardare le carte. La chiromante ripeté il gesto con l’ultima carta in fondo alla croce. Ne vennero fuori un neonato, un putto con un arco in mano, una donna seduta accanto ad un roseto ed un vecchio con una pergamena.
«Il Bambino, l’amore, la malinconia e il pensatore. Sono sotto i tuoi piedi. Li calpesti. Tu passi sopra la possibilità di un futuro che potrebbe portarti l’amore, ma ti darà solo malinconia se continui a pensare troppo». Tomo non replicò, si stava convincendo sempre più che ciò cui stava assistendo altro non era che una vera e propria messa in scena. Non aveva nessun viaggio in mente se non quello del tour, e di certo non stava evitando nessun possibile amante.
Altre quattro carte vennero scoperte, alla estrema sinistra della croce. Un uomo con un largo cappello, una casa, un uomo dietro le sbarre ed una donna che guarda l’orizzonte.
«A fianco. Hai un uomo, che vive molto vicino a te. Però indossa una maschera, una sorta di prigione. I sospiri sono quelli che gli tengono la maschera incollata addosso». A Tomo quasi venne da ridere. Trascorreva i suoi giorni con un batterista caffeinomane, un cantante petulante ed un bassista che avrebbe potuto dormire in una cuccia, chi di questi tre portava una maschera? Entrambi? Nessuno? La donna nemmeno lo guardò in faccia, continuò battendo le dita sulla carta alla estrema destra della croce. Un uomo con un turbante in testa, un gruppo di giovani, una suonatrice di cetra ed una donna con una spada fecero la loro comparsa sul tavolo.
«Bacia. Sono le cose cui tieni e per le quali speri. Il Mercante è una scommessa, molto probabilmente durante una conversazione. Speri in qualcosa che derivi da questa scommessa, ma ti serve costanza per ottenerlo». Tomo non ebbe nulla da pensare. Aveva appena perso una scommessa e gli sarebbe toccato trascinare per tutto l’hotel la pesantissima valigia di Jared. Costanza? No, gli sarebbe servito un carrello elevatore…
La chiromante batté due dita sulla carta centrale. Tirò una lunga boccata dalla sigaretta e scosse la cenere per terra.
«Questo è il tuo cuore. Ciò che c’è dentro», sorrise sboccata e sistemò le carte. Un Giovane che suonava un mandolino, una stanza arredata, un cane ed una donna con una cornucopia in mano.
«Un amante! Molto vicino a te, che ti è fedele. La fortuna vuol dire che andrà tutto bene». Alzò gli occhi, quasi grigi, e fissò Tomo a lungo. Il croato deglutì, le mani strette tra loro sul grembo.
    «Contento della previsione?» chiese. Tomo deglutì di nuovo sonoramente e fece cenno di sì col capo. Si congedò con un “grazie” mormorato a mezza bocca ed uscì in tutta fretta dalla tenda. Inspirò a pieni polmoni per liberare il naso da quello sgradevole odore di fumo e incenso e si passò le mani sul viso per svegliarsi. Fuori era ormai buio, la folla nel Luna Park era quasi raddoppiata e così lo era il volume della musica. Si avventurò a spintoni tra la gente, cercando Jared e Shannon con gli occhi. Non l’ avevano chiamato sul Blackberry, quindi dovevano ancora essere tra le giostre.
    La musica e le luci sembravano formare un labirinto che odorava di zucchero, Tomo si strinse nelle spalle e continuò la ricerca, svoltando dove i piedi lo portavano. Mentre camminava in silenzio, continuava a pensare alle carte, a tutte quelle figurine consumate ed accavallate le une sulle altre, alla croce, ai vari punti di sé. In testa, calpesta, a fianco, nel cuore. Non aveva un senso! Certo era fascinoso da credere e definitivamente romantico, ma assolutamente irrazionale! Sotto i piedi aveva l’erba secca dello spiazzo del Luna Park, a fianco gente che, per fortuna, ancora non l’aveva riconosciuto, in testa la fretta di ritrovare i due fratelli e nel cuore un sacco di confusione. Niente viaggi o notizie o amanti. In quell’istante avrebbe pagato oro per tornare a leggere le targhe che saettavano fuori del finestrino del tourbus. Quando ritornò con l’attenzione alla propria missione di ricerca, si accorse di aver girato in tondo. Qualcuno gli poggiò qualcosa di morbido su una spalla. Un orsetto di peluche.
    «Così stasera ti fa compagnia» sorrise Shannon, l’orsetto stretto nella sua mano. Tomo lo guardò come fosse stato un reperto fossile, un osso di tirannosauro. Il batterista gli schioccò le dita davanti al viso.
«Marte chiama Tomislav, rispondete passo!» scherzò. Il ragazzo scosse il capo, riprendendosi completamente. Prese l’orsetto con un mezzo sorriso ironico.
«Che bello, un nuovo amico…» Shannon rise sonoramente.
«Dove sei stato? Ti sei imboscato nel tunnel dell’amore con la donna cannone?» Tomo lo guardò alzando un sopracciglio.
«No, era la donna baffuta», rispose stando al gioco. Non avrebbe mai confessato nemmeno sotto tortura che era stato a farsi fare le carte. Jared li raggiunse trotterellando, decisamente calmatosi dal delirio di poco prima. Tomo gli fece vedere l’orsetto movendolo come se lo salutasse. Il cantante sbuffò una risatina divertita. Tornarono al tourbus come esploratori dopo la missione. Proprio quando chiusero la portiera e si rimisero in moto, dagli altoparlanti del Luna Park iniziarono a sgorgare le prime note di “From Yesterday”.
Tim dormiva ancora nella sua cuccetta, ogni tanto grattandosi una spalla con la mano libera.

    Il viaggio proseguì decisamente più rapido, Jared non fece altro che parlare con Emma, gesticolando vistosamente e pettinandosi i capelli all’indietro. Voleva ad ogni costo trovare un ruolo che gli garantisse un Oscar, un oscar qualsiasi, prima che un qualche sbarbatello potesse privarlo dell’onore della vittoria. Emma annuiva, rassegnata, cercando sul palmare i numeri di produttori e registi, inventandosi balle colossali per tenere a freno la follia recitativa di Jared.
    Shannon era steso nella sua cuccetta, una mano poggiata sulla fibbia della cintura e l’altra dietro la nuca, addormentato per metà come un grosso gatto che, a riposo, ancora controlla il proprio territorio. Tomo, seduto davanti al tavolino, giocherellava col suo orsacchiotto di peluche. Una cosa ridicola a vedersi, dal color caramello e gli occhi di bottoni, un vero e proprio giocattolo da bambini vinto al banco del tirassegno con le lattine. Però era morbido ed era una delle poche cose che potesse tenere sottomano senza fare rumore ed incappare nelle ire di Jared, concentratissimo alla ricerca del nirvana filmografico. Il chitarrista faceva camminare l’orsetto sul tavolino avanti ed indietro, una zampetta morbida alla volta. Perché Shannon gliel’aveva regalato? Era stato intenzionale oppure gliel’avevano quasi tirato dietro? Ma soprattutto, perché si stava facendo tutte quelle sciocche domande proprio in quel momento?
    Insomma, era ridicolo! Ancora nella testa aveva le carte e la croce e i cuori ed i calpestamenti di speranze, una situazione del genere era degna del peggior filmetto blockbuster! Non avrebbe dovuto entrare in quel tendone che pareva racchiudere le ultime esalazioni di Woodstock, non avrebbe dovuto farsi riempire di tutte quelle idiozie e previsioni. Previsioni di cosa, poi? Congetture a caso nemmeno tanto azzeccate, solo fandonie che persino un bambino avrebbe potuto mettere insieme. E che ci voleva? Bastava prendere delle carte qualsiasi, mischiarle e associare un significato a ciascuna a seconda della combinazione. Perché non era venuto fuori un bel sacchetto pieno di soldi? Un qualcosa di un po’ più materiale? Suonava così stupido iniziare a farsi domande su una persona per colpa di una chiromante un po’ annebbiata dalle troppe sigarette e dall’incenso da negozietto d’angolo. Eppure l’orsacchiotto era lì, davanti a lui, con quei suoi occhi di bottoni e quel suo sorrisetto sbruffone ricamato. Dannato orsetto.
    Shannon aveva iniziato a russare. Tomo lo guardò con la coda dell’occhio, un mezzo sorriso sulle labbra. Lo conosceva a fondo, ormai, ed ora che ci pensava, aveva davvero una maschera in viso. Di solito pareva accigliato, scontroso, un po’ burbero, a guardarlo nei suoi momenti “no” c’era da avere paura. Però sapeva essere un vero e proprio personaggio, una volta bevuto un po’ o in vena di allegrie. Non si faceva mai molti problemi per niente, prendeva le cose come venivano e quando arrivavano, non smaniava né sbraitava. Prendeva la vita con immensa calma, lo si poteva vedere anche nella sua camminata, quasi da passeggiata panoramica. Sapeva come essere serafico, ma anche temibile. Era divertente vederlo cambiare da così a colà in poco tempo. Gli occhi felini s’incupivano e le sopracciglia marcate si aggrottavano, un chiaro avvertimento ed un invito alla fuga più rapida per chi era la causa di quel suo rabbuiarsi. Poi sorrideva, col più improbabile dei sorrisi, con quelle sue risate sardoniche e le espressioni a dir poco comiche. A ben poco serviva il suo atteggiarsi a duro, lui era così, semplice.
    Tomo si scosse, si era messo con la testa poggiata all’orsetto, lo sguardo diretto verso la cuccetta di Shannon. Ma dov’erano i calendari di Pamela Anderson quando c’era bisogno di loro? Distrazione, questo gli serviva, ma quanta distrazione si poteva trovare su un tourbus, con Jared che continuava a nominare per chissà quale strana motivazione il povero Marlon Brando? Chiuse gli occhi, lasciandosi cullare dal rumore dell’autostrada, fuori del finestrino.
Tim uggiolava nel sonno.

    Si svegliò di soprassalto, la schiena scossa dall’ennesima pacca di Shannon. Quell’uomo gli avrebbe dovuto pagare la visita da un chiropratico, di lì a poco! Fingendo di essere subito attento e vigile, barcollò fino alla cuccetta di Tim. Lo scosse vigorosamente e lui alzò la testa, assonnato, per l’ennesima volta. «Siamo già arrivati?» chiese.
«Sì Tim, finalmente al terzo tentativo siamo arrivati», gli rispose.
    Scese i gradinetti del tourbus come un condannato al patibolo, l’enorme valigia di Jared era lì, ad aspettarlo, quasi sorniona. La comparò con la propria, un trolley maneggevole e ben poco pesante. Cosa ci tenesse Jared nella sua, era un mistero per chiunque, forse anche per Emma. L’hotel aveva allestito per loro un’entrata secondaria sul retro, per non far dare loro troppo nell’occhio, e fortunatamente il tourbus non aveva parcheggiato tanto lontano. Avrebbe dovuto trascinarla, magari con la musica di “Momenti di Gloria” in sottofondo, per poi lasciarla a chi di dovere. Ad occhio e croce il tragitto non era poi così impossibile, ma quella valigia dall’aspetto quasi minaccioso pareva possedere il peso specifico di un Boeing 747.
    Deglutì sonoramente, prese il manico del proprio trolley in una mano e con una corsetta rapida lo parcheggiò davanti all’entrata. Poi si piantò davanti alla valigia di Jared, squadrandola. Il manico sembrava quasi ingannevole. Lo strinse tra le dita tremanti, quasi si aspettava scottasse. Provò a tirare un piccolo strattone. Nessun movimento. Sarebbe stata dura.
«Ce la fai?» Shannon gli si avvicinò. Lui aveva sempre una borsa leggerissima con sé, la portava a tracolla quasi fosse un marsupio. Tomo alzò gli occhi, un sorriso ironico.
«Stavamo facendo conoscenza, affronteremo insieme un lungo viaggio e valeva la pena almeno presentarsi, no?»
L’americano rise e scosse bonariamente il capo.
«Dà qua, ti aiuto», gli prese il polso e gli fece mollare la presa, sostituendosi a lui. Il calore della sua mano rimase sulla pelle di Tomo come un bracciale invisibile. «Io tiro, tu spingi», ordinò. Tomo annuì. Collaborando, riuscirono a spostare il masso di Sisifo e lo lasciarono lì, ridendo alle spalle del poveretto che avrebbe dovuto trascinarla fino alla stanza di Jared.
    Dal canto proprio, l’attore era ancora con la bocca aperta piena di parole e di richieste, Emma somigliava ad un materassino sgonfio per il troppo uso sulla spiaggia ed annuiva ormai per riflesso condizionato, come una di quelle bamboline che si mettono sul cruscotto delle auto. Non la fece nemmeno mangiare al ristorante.
    Tomo e Shannon cenarono insieme velocemente. Il salone dell’hotel era quasi vuoto e l’atmosfera calda, dalle luci soffuse. Ma Shannon sembrava molto più interessato al proprio involtino che alla compagnia del croato e lui annacquò i propri pensieri bevendo come un cammello. Tra loro non c’era né ci sarebbe mai stato nulla. Era ridicolo il solo averlo pensato.
    Che poi, volendo, cosa avrebbe dovuto esserci mai tra loro? Erano amici, buoni amici, ottimi amici. Ormai conoscevano quasi tutto l’uno dell’altro, vivevano vicini quasi ogni giorno e quelle poche volte che qualcuno si prendeva una breve vacanza (a seconda del volere di Jared) o si telefonavano o si scambiavano qualche messaggio. E poi discutevano insieme sulle scollature delle fan ai concerti! Cosa mai poteva nascere tra loro, quando qualcosa c’era già? E più s’imponeva di non pensarci, più andava a ragionarci sopra, scandagliando, mettendo a posto le idee, ordinando i fatti e cercando di chiarire tutto il caos che quelle stupide carte avevano creato. Come per depurarsi, bevve due bottiglie d’acqua minerale. Due e mezza, per l’esattezza. Shannon continuava ad essere quello che era sempre stato.
    Ed era quello! Quello a renderlo inattaccabile. Tomo si scosse, decise di prenderla con filosofia. Erano mesi che Jared non gli concedeva una piccola “uscita di piacere” e lui non aveva il coraggio di fare l’occhiolino alle fan durante le foto fuori del locale. I pensieri strani ne erano la conseguenza. Se la rise di gusto, in bagno. Troppa acqua. Ma almeno era arrivato ad una conclusione razionale.
    Si sgranchì le gambe nella hall, poi le sue orecchie captarono la voce di Jared, un fiume ininterrotto di parole.
«Mio fratello ha le batterie al litio. Non si ferma nemmeno dopo ore ed ore di uso non stop!» ridacchiò Shannon, magicamente con un nuovo bicchiere Starbucks in mano. Sembrava li facesse apparire dal nulla. Gettò un’occhiata all’orsacchiotto di peluche che Tomo teneva ancora in mano.
«Ti ci sei affezionato, eh?»
«Mi fa da antistress…»
«Sei stressato?» Tomo rispose facendo spallucce e si diresse verso i salottini dell’hotel, seguendo la voce di Jared.

    Il cantante era ancora immerso nelle proprie congetture ad alta voce, Emma teneva un pacchetto di biscotti sulle ginocchia e la testa le cadeva sempre più verso il basso.
«…e poi c’è stato il ruolo in “Lord of War”, insomma, lì sono stato bravo… però sono morto anche lì prima della fine del film! Dobbiamo trovare un qualcosa che mi faccia restare vivo e vegeto fino alla fine della pellicola, un ruolo che… bam! Colpisca la giuria. Oh, mi sarebbe piaciuto avere un ruolo in “Crash”, ha vinto l’oscar come miglior film… ed era drammatico, forte, rivoluzionario, proprio come piacciono a me!»
Emma annuì meccanicamente. Jared la guardò scettico, poi vide entrare Shannon e Tomo.
    «Arriva la cavalleria!» scherzò il batterista. Emma si sentì sollevata, si alzò e decretò che sarebbe andata a buttarsi sul letto con un valium ed un tè caldo. Jared le sorrise, un sorriso da Golden Globe, e le disse che avrebbero continuato la discussione il giorno seguente. La ragazza uscì dal salottino camminando come Robocop.
    «La previsione di quella donna mi ha davvero fatto capire che devo muovermi, se voglio ottenere qualche vittoria significativa! Sento che posso battere il tempo, devo solo stare all’erta», disse stringendo il pugno in segno di vittoria. Shannon sorseggiò silenzioso il suo caffè e Tomo trattenne a fatica una risatina. Jared drizzò le orecchie.
«Perché ridi?»
«Quella chiromante ha detto solo stupidaggini, anche a me l’ha fatto e non credo ad una sola parola di quello che…»
«ANCHE A TE?! - chiese Jared in un misto di trionfo e sorpresa – Quindi significa che anche tu ti sei fatto predire il futuro!»
Tomo scosse il capo, mise l’orsetto a sedere sul bracciolo del divanetto.
«Ma che futuro e futuro, ha tirato fuori delle carte a caso e le ha disposte sul tavolo. Potrei farlo anche io».
Gli occhi di Jared s’illuminarono, la sua era un’espressione “Mago Merlino numero uno”. Iniziò a torturarsi le mani in attesa dell’idea fulminante, mangiandosi il croato con sguardo curioso. Poi riattaccò a macchinetta.
«Vedi, Tomo, tralasciando il fatto che ognuno crede in ciò che desidera e che, effettivamente, l’essere così pacchiano di una tenda di un Luna Park può abbassare il livello di fascino mistico nelle persone, c’è comunque una forte azione trascendentale per quanto riguarda la chiromanzia. E’ un’arte antica e rispettabile, basata su calcoli logici che poi sono stati sublimati in piccole opere d’arte quali i tarocchi. Essendocene di molti tipi possono essere interpretati diversamente e anche a seconda delle combinazioni. Il tutto però può essere quantificato e calcolato, perciò questo conduce la chiaroveggenza ad una scienza, e se credi nella scienza comune puoi credere anche a quella occulta, no? E comunque, la valenza storica di questa arte è davvero notevole Pensa che persino Dante nel suo Inferno la ricorda e che essa veniva usata al tempo di Machiavelli per decidere varie azioni politiche. E poi Buddha! Oh, si narrano ancora le fantastiche doti di previsione del futuro cui lui faceva uso soprattutto nei momenti di estasi…»
Tomo seguì solo le prime parole del discorso. Shannon, seduto accanto a lui, sembrava partito per un universo parallelo, il bicchiere del caffè appoggiato sulle labbra, improvvisamente di una sensualità estrema. Il caldo del salottino e la luce soffusa, misti al mormorio di Jared e all’odore del caffè, contribuirono a formare una deliziosa ninnananna. E gli occhi gli si chiusero quasi senza che se n’accorgesse.

Quando si svegliò, questa volta dolcemente, tutto era silenzioso. Il caldo era accogliente e la penombra tranquilla; Jared aveva desistito dal concludere il suo discorso chissà quanto tempo prima. Si mosse lentamente, l’orsetto di peluche ancora seduto sul bracciolo del divanetto. Si girò massaggiandosi le tempie e notò che anche Shannon era ancora accanto a lui, sveglio.
«Ho dormito molto?» chiese biascicando.
«Ho perso la cognizione del tempo. Jared se n’è andato quando si è accorto che ti eri addormentato sul serio. Non l’ha presa tanto bene, ma domani non potrà farcela pesare, sarà troppo occupato con la sua caccia all’Oscar. – Si stiracchiò allungando le braccia verso l’alto – Siamo al sicuro», mormorò. La sua voce somigliava al grattare ritmico delle fusa di un gatto. Tomo si sistemò comodo sul divanetto.
«E così ti sei fatto fare le carte anche tu, eh?» chiese il batterista.
«Mi avevate lasciato lì come un palo, non sapevo cosa fare ed ho tentato», rispose secco.
«E cosa ti ha detto Madame Mysteria?» il suo sguardo da felino era passato a famelico, un luccichio diverso dal solito sotto le palpebre truccate.
«Un sacco di fandonie. Stavo per addormentarmi in quel tendone, davvero». Shannon invece era sveglissimo. Il sorriso sulle sue labbra si fece quasi ambiguo.
«Niente di piccante?»
«Oh, andiamo, Shannon! Quella ha preso un mazzo di carte della nonna in soffitta e le ha mischiate un po’, cosa avrà mai potuto dirmi?» il tono della sua voce assunse una sfumatura angosciata. Stava cercando di fuorviare e si sentiva perfettamente. L’americano se ne accorse subito e si voltò, poggiando lo Starbucks ancora misteriosamente a metà sul tavolino davanti a loro.
«Stai cercando di nascondermi qualcosa, croato, ed io scoprirò cos’è!»
    Per carpire i segreti altrui, il batterista aveva una tattica infallibile: il solletico. Allungò una mano sul fianco di Tomo, facendosi strada sotto al maglione con una maestria sconcertante ed iniziò il suo inarrestabile attacco di solletico. Il chitarrista sussultò, cercò di spostarsi senza riuscirci, iniziò a ridere incontrollato, gli occhi appannati di lacrime.
«Basta! Basta!» implorò tra le risate. Shannon non accennò a fermarsi, anzi, aggiunse anche l’altra mano al punitivo compito, attaccando Tomo da ambo i lati.
«Parlerai, Gorgeous Croatian?» lo minacciò. Tomo fece cenno di no con la testa ed attaccò con un cuscino del divanetto. L’americano rimase sorpreso da tanta prontezza d’animo, scattò in piedi per caricare come un torello con tutta la testa sullo stomaco dell’amico, continuando a solleticarlo freneticamente. Tomo era all’orlo dello spasimo, le risate si erano fatte strozzate e quasi non riusciva a respirare.
«Arrenditi, croato! L’americano avrà la meglio comunque! Non puoi resistermi!» Shannon si era fatto strada tra le cuscinate di Tomo ed era arrivato a rovesciarlo sul tappeto, continuando il solletico, deciso, incontenibile. Il chitarrista sollevò le ginocchia, premendosele contro il ventre e cercando di proteggersi, ma era vero. A Shannon ed al suo solletico non si resisteva.
    «Mi arrendo, mi arrendo! Basta! Bandiera bianca!» gridò ridendo. Ebbe in premio un attimo di respiro, Shannon aveva sollevato le braccia in segno di vittoria, agitando i pugni come dopo un combattimento all’ultimo sangue.
«Shanimal la spunta sempre. E ora, dimmi tutto quello che ti ha predetto la chiromante», gl’intimò. Tomo riprese fiato, si allontanò un poco a carponi, poi si girò e gli fece vedere tutta la lingua, alzando allegramente il terzo dito. Shannon strabuzzò gli occhi e mostrò i pugni, le braccia muscolose e tese.
«E così osi sfidarmi ancora, croato!» bofonchiò gettandosi di nuovo alla carica nell’ennesimo attacco di solletico. Tomo lo aspettò fino all’ultimo, per poi scostarsi con uno scatto. Fatta! Shannon finì lungo disteso sul tappetino, lasciando quasi i pantaloni a metà strada.
«Bastardo! Adesso la paghi con gli interessi e in contanti!» e così dicendo si avventò di nuovo sul chitarrista, urtando il tavolino basso. Il bicchiere di Starbucks tentennò, barcollò, si mosse e finì in gloria sul tappeto del salottino, lasciando una chiazza marrone come prova del delitto. I due contendenti si bloccarono, guardando il danno come due bambini che hanno esagerato nel giocare in cucina ed hanno rotto qualcosa. Poi si guardarono negli occhi. Momento di tensione. Silenzio.
    Shannon gonfiò le guance trattenendosi a malapena, Tomo non riuscì ad imporsi contegno e scoppiò in una fragorosa risata quasi senza motivo, indicando l’espressione dell’amico e tenendosi la pancia con un braccio. Risero inginocchiati sul tappeto nessuno sa quanto, poi il croato riprese fiato per l’ennesima volta, un grosso sospiro e scosse il capo.
«Forse abbiamo esagerato, Shannon…» si lasciò scappare in un sussurro.

    Non lo seppe nemmeno lui quello che accadde, solo si ritrovò con la schiena premuta contro il divanetto; Shannon gli teneva le spalle, inginocchiato su di lui, gli occhi fissi nei suoi. E tutto era improvvisamente caldo e silenzioso e lui non poteva fare a meno di guardare negli occhi di Shannon, verdi, cupi, profondi, quasi trapassato da parte a parte. All’improvviso a scuotergli il petto arrivò il timore che l’americano potesse leggere nella sua mente il responso della chiromante. L’uomo accanto a lui, con la maschera, l’amante, il viaggio, la speranza…
    In quel momento arrivarono le labbra di Shannon a fermare ogni cosa, persino il tempo. Timidamente, quasi con vergogna, sfiorò la propria bocca contro quella di Tomo, in religioso silenzio, trattenendo il fiato, senza ritrarsi, senza temere. Il croato non riuscì a reagire, rimase fermo, lasciando che tutto gli accadesse addosso. Inebriato da quel primo assaggio, Shannon si fece più audace, premendo le proprie labbra contro le sue, una mano alla scoperta della nuca di Tomo, avvicinandoselo, carezzandone distrattamente la pelle col pollice. Riuscì a fargli schiudere le labbra, lasciandovi scivolare la lingua, incontrando quella del croato, solleticandola piano, chiamandola, le labbra sempre più schiuse, tramutando la dolcezza in morsi, assalti, richieste. L’altra mano lo ghermì per la felpa, traendolo a sé completamente, petto contro petto. Tomo rimase senza volontà sotto quelle mani, gli occhi chiusi, le braccia inerti, abbandonato alla volontà dell’americano, improvvisamente passionale, famelico del suo sapore.
    «Mi sono chiesto spesso che gusto avessi», mormorò, strofinando il naso contro l’incavo del suo collo.
«Shannon… tu ed io non dovremmo…» l’americano prese tra le dita la chiusura della zip e la abbassò con un colpo deciso, spogliandolo del maglione.
«Non lascio a nessuno la libertà di dirmi cosa dovrei o non dovrei fare – lo guardò con gli occhi persi nei suoi – nemmeno a te…», sussurrò passandogli il pollice sul labbro inferiore. Tomo provò a ribattere, il ciuffo di capelli gli nascondeva un occhio. Shannon allungò due dita, scostandoglielo lentamente.
«Togliti la maschera, Tomo… non fingere con me…» il croato non riuscì a respirare. La maschera. L’amante vicino.
«La chiromante mi ha parlato di noi…» mormorò abbassando lo sguardo. Shannon gli sollevò il mento con due dita.
Non disse nulla, sorrise distrattamente, troppo perso sulla sua pelle, accarezzandola con la punta delle dita, scivolando malizioso sotto la maglia, provocandogli un fremito quasi doloroso. Tomo s’irrigidì, ma le mani premute a terra reclamavano la loro libertà, concessa in breve tempo. Le cose andavano prese così come venivano. Slacciò la cintura di Shannon, un primo passo per arrivare a concedersi il piacere. Gli tolse la maglia, carezzando con le labbra la pelle tatuata e calda, percorrendo le spalle, il petto, il collo, senza nemmeno sapere dove andare, facendosi guidare dai brividi. Le mani di Shannon avevano iniziato ad intraprendere il loro percorso proibito tra le cosce del croato, sfiorandolo piano, rispettoso e curioso al contempo. Lo premette di nuovo contro il divanetto, allargandogli le cosce e continuando a sfiorarlo sopra i pantaloni, per non andare troppo oltre. Anche se sapeva bene che non si sarebbe mai fermato. Gl’intrappolò le gambe tra le proprie, chiamando ancora baci ed ancora la sua bocca, calda, invitante, una bocca che non pensava di poter desiderare così tanto. Sotto le sue dita sentì Tomo farsi voglioso, sorrise baciandolo per l’ennesima volta, lo liberò della maglietta e lo guardò ad occhi socchiusi, sornione, tranquillo. Non l’avrebbe mai forzato. Non in quel momento. Lo strinse a sé, la loro pelle fremette al contatto, cercando vicendevolmente carezze e brividi sconosciuti. Tomo slacciò alla cieca i Jeans di Shannon, abbassandoli piano; il batterista se li tolse completamente tenendo fermo il croato per una spalla e voltandosi, quasi avesse paura che potesse scappare al primo istante di disattenzione. Le dita di Tomo avevano volontà propria, timidamente lo sfiorarono, già duro e caldo. Ritrasse la mano, gliela poggiò sul collo, poi gli afferrò un polso e gli mormorò timidamente di spogliarlo.
    Non se lo fece ripetere due volte: Shannon allentò il laccio dei pantaloni e li abbassò con infinito rispetto, perdendosi negli occhi del croato, continuando a baciarlo con passione e fame crescenti. Lo afferrò per i fianchi, con carezze spinte se lo avvicinò contro, mangiandogli la pelle delle spalle con morsi insistenti. Tomo si lasciò andare un gemito, guidò la mano di Shannon sotto i propri slip, fremendo di vergogna, scostando lo sguardo, eppure desiderando d’esser toccato e preso. L’americano lo spogliò completamente, stendendolo a terra, montando su di lui. Si liberò dei boxer, gettandoli chissà dove. Carezzò con due dita il profilo di Tomo, per poi sostituire le labbra ai polpastrelli su tutto il ventre, fino all’ombelico. Lì si fermò, il chitarrista aveva inarcato la schiena, le cosce pudicamente allargate, si alzò chiamando l’americano a sé. Shannon scivolò tra le sue gambe, carezzandolo spintamente, percorrendo con la mano la lunghezza del sesso più volte, solleticando l’incavo delle cosce, la carne tenera e fremente. Si succhiò un dito, afferrò Tomo baciandolo con violenza, mentre cercava di arrivare alla sua apertura con tutta la dolcezza possibile. I brividi lo facevano impazzire, l’avrebbe preso contro ogni regola, in ogni modo, ma quei gemiti trattenuti gl’imponevano una delicatezza sacrale, orientale.
    Lo penetrò piano, poco a poco, sentendolo irrigidirsi e poi farsi voglioso, presto abituato alla piacevole intrusione, Tomo cercò di assecondare la lentezza di Shannon, incontrando la sua mano, offrendosi completamente. L’americano aggiunse un altro dito, movendo entrambi per farlo assuefare a quel piacere oscuro. Il croato si strinse a lui, le dita affondate nella carne per sentire vivo lui insieme a se stesso. Un bacio veloce, uno sfiorarsi di labbra e sguardi, Shannon sfilò le dita, lo prese per i fianchi, l’avvicinò a sé per penetrarlo lentamente. Piano, s’impose, piano, ma Tomo era stretto e perfetto, caldo e tremante, lo mandò fuori di testa. Inizio ad assaltarlo, mangiandoselo a spinte, riempiendolo poco a poco, con forza crescente, bollente ed animale. Tomo gli graffiò la schiena, gli morse una spalla, tutto pur di trattenersi dall’urlare il suo nome, non voleva suoni se non quelli dei loro ansiti e gemiti sussurrati, ogni rumore troppo forte avrebbe potuto rompere quella sorta di inviolabile rito. Shannon gli afferrò le cosce a piena mano, allargandole ancora, ottenendo maggiore spazio, scopandolo con una fame che mai aveva provato per qualcuno. Chiuse gli occhi, la pelle madida di sudore, ogni muscolo volto al piacere. Le labbra schiuse non emettevano suono, i battiti accelerati del cuore parevano rallentati di colpo, permettendo ai suoi assalti di farsi più profondi, più violenti. Come sentì le cosce di Tomo allacciate ai suoi fianchi, non capì più nulla.
    Continuò con violenza e fame, proteso in avanti, cercando la sua carne, la sua pelle, le sue dita strette intorno alle braccia, allo stremo del piacere. Gli occhi persi, la mente altrove. Tomo non riuscì più a trattenere i gemiti, che prima sospiri e poi quasi urla, gli scossero il petto come singulti. Urlarono entrambi, l’uno nella bocca dell’altro quando vennero, lasciandosi andare a terra, inermi, ancora uniti. Si scambiarono carezze, sguardi e baci increduli, l’odore del sesso appena consumato come la migliore delle fragranze.
    «Shannon…» mormorò Tomo, ancora scosso, indeciso nonostante il piacere sconvolgente. Il batterista gli tappò la bocca con due dita, il suo sapore aggrappato alla carne. Il croato si perse per un attimo, baciando e benedicendo quelle dita, quella mano, quelle braccia, adorando ogni singolo centimetro di quella calda pelle tatuata. Si fece piccolo contro il suo petto, fremente, appagato. Con i polpastrelli gli solleticò il torace, poggiando la testa sul suo omero. Le labbra di Shannon tornarono a chiedere attenzioni e dispensandone altre sulle guance, sulla fronte, sulla bocca. Ancora ansanti per la foga, si guardarono l’un l’altro con un sorriso.
    Fu quasi un dispiacere rivestirsi, rassegnatisi al fatto che, prima o poi, l’odore dell’altro sarebbe stato lavato via, sfumato. Tomo si riallacciò con cura la zip del maglione di pile, come per racchiudere tutta l’essenza di quel ch’era stato fatto nella stoffa spessa. Shannon l’abbracciò da dietro, carezzandogli il ventre. Il silenzio era assoluto. Unico spettatore l’orsetto di pezza, sempre seduto sul bracciolo del divanetto.
«Shannon io… noi… non è stato per la storia delle carte, vero? Cioè, non solo per quella…?» la domanda morì sulla sua bocca, intrappolata tra le sue labbra e quelle di Shannon, ancora i loro sapori mescolati e forti. «Dimmi che non è successo per caso, che non è stato un errore…» L’americano scosse il capo bonariamente, scostò il ciuffo di capelli neri dal viso di Tomo e lo guardò a lungo, perso. Gli prese le mani, le unì tra le proprie e le baciò, sacro ed intangibile giuramento. Coi suoi occhi felini lo scrutò attentamente, cercando forse la risposta giusta sul suo viso.
«Ti tranquillizzerebbe… se ti dicessi che era destino?»
 
Comments 
3rd-Jun-2008 09:12 pm (UTC)
Finalmente il mondo può ammirare la pucciosità di ciò!!! Shomo..... ahhhhh......*bava*
8th-Jun-2008 10:52 am (UTC)
Shomo è sempre Shomo, c'è poco da fare...*roll roll*
Devo ribadire che adoro le tue fic? XP
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